Come diceva Gregory Bateson: “Non si può dire di non avere un’epistemologia. Quelli che dicono così non hanno altro che una cattiva epistemologia”.  Anche Jean Piaget era convinto della necessità di integrare la riflessione epistemologica nello studio della genesi psicologica delle strutture cognitive, tant’è che già all’inizio degli anni ’50 fondò a Ginevra il Centro Internazionale di Epistemologia Genetica.

Nella seconda metà del secolo appena concluso, in molti altri autori si fa strada il desiderio di un approccio epistemologico più calato nel reale, di un'epistemologia che sappia insomma “...capire il farsi corpo, il concretizzarsi della nostra mente, dei nostri processi mentali” – come diceva Warren McCulloch, il padre indiscusso delle neuroscienze, quando nel 1965 propose di fondare una epistemologia sperimentale.  Ricorda poi Bradford Keeney, nella sua famosa opera Aesthetics of Change del 1983: “In campo socioculturale, l'epistemologia diventa lo studio di come gli individui o i sistemi di individui conoscono e di come pensano di conoscere.
Lo studio dell'epistemologia, in termini più generali, diventa dunque la strada per riconoscere come le persone riescono a costruire e a mantenere le loro abitudini di conoscenza, di apprendimento. E' impossibile, per qualcuno, di non avere un'epistemologia”.

E' fondandoci su queste riflessioni che siamo giunti alla definizione di un'epistemologia che abbiamo chiamato operativa.
Perché “operativa”? Perché essa corrisponde ad una strategia di intervento che si elabora in rapporto a ciò che siamo e a come conosciamo nel momento preciso in cui costruiamo il nostro rapporto con ciò che ci circonda, il nostro rapporto con il sapere.
L' Epistemologia Operativa s'interessa non solamente dunque alla costruzione delle strutture cognitive, ma anche, e soprattutto, all'elaborazione delle strategie d'uso della conoscenza. Io sono infatti autore del mio modo di conoscere, ma sono anche attore, perché metto in scena, recito diversi modi d'uso del conoscere, e ciò che fa sì che il mio modo di organizzare determinate conoscenze differisce dal modo in cui un altro individuo le organizzerebbe. Di questo concetto, che pur ci sembra di grande semplicità e perfettamente evidente, non ci pare invece che si sia tenuto gran conto in campo educativo, né con i bambini né con gli adulti.

L’assunto di fondo dell' Epistemologia Operativa postula che nel nostro modo di conoscere, i sistemi di concettualizzazioni sono inscindibilmente connessi ai sistemi di valori. In altri termini, non esiste un apprendimento esclusivamente "puro”, razionale, non “intriso” dalla nostra soggettività, dai nostri principi etici personali, da tutto quello che noi siamo come persone. Qualsiasi cosa e a qualsiasi livello si insegni, o si apprenda, il cognitivo è sempre mescolato al vissuto personale, all'affettivo, all'etico, al soggettivo.

L'attenzione principale dell'Epistemologia Operativa non è dunque tanto portata sui risultati, sulla risoluzione di problemi, sulle "performance" cognitive – a cui tanti approcci psico-pedagogici ci hanno abituato – ma pone piuttosto il suo interesse sui processi, sull'evoluzione dei comportamenti, sui cambiamenti di azione, sull'elaborazione di strategie, sui mutamenti di attitudine, sulle sostituzioni di paradigmi, sulle riformulazioni teoriche, su tutte quelle esitazioni, grandi e piccole, che costituiscono il nostro modo di conoscere e di imparare. Porre l'attenzione su questo percorso vuol dire far sì che chi impara prenda coscienza di come sta imparando, prenda coscienza della qualità, e non della quantità, dell'apprendere. Nessuno ci ha mai detto: “sta' attento a come fai quando impari!”, perché ci è sempre stato chiesto: “che cosa e quanto hai imparato oggi?”.

Ma perché sarebbe poi così importante prendere coscienza del procedere e delle modalità del nostro conoscere? Perché siamo profondamente convinti che si debba passare, in campo educativo e formativo, ad altri paradigmi: come dicevano già Harré & Secord nel 1972, occorre passare dall'idea “di cose fatte ad una persona, all'idea di cose fatte da una persona”. Buona parte del disagio culturale e cognitivo che l'uomo d'oggi prova, consiste nel sentire, magari anche solo inconsciamente, di essere privato delle regole e del significato profondo del conoscere. Siamo stati troppo a lungo affascinati dalle risposte “chiare e semplici”, dai meccanismi esemplificativi del problem-solving; siamo stati troppo abituati ad un tipo di “razionalità istantanea” – come la chiamava l’epistemologo Imre Lakatos – istantanea come il caffè istantaneo, liofilizzato, a cui si può fare ricorso in fretta e con risultato sicuro, ma perdendo tutta la ricchezza del percorso rituale che ci porta ad ottenerlo.
Ci sembrava importante imparare risposte prefabbricate, risparmiandoci il tempo e il problema di sapere come si fa per arrivarci. Forse quest'idea ha sedotto quegli operatori che perseguivano l'ideale di un atto educativo o formativo rapido e centrato; ma oggi crediamo che non si possa non rendersi conto di quanto stia diventando stressante e pericoloso, a livello cognitivo, il fatto di essere obbligati a giocare un gioco senza conoscerne le regole.

Insomma, siamo spesso obbligati, paradossalmente, ad imparare una parte senza conoscere il copione, ma peggio ancora, senza sapere come si fa a conoscerlo. Sapere come funzioniamo, nel momento in cui conosciamo, ci sembra per questo non un lusso, ma una necessità culturale sempre più pressante soprattutto per l'uomo d'oggi, sottoposto ad un bombardamento di notizie e di apprendimenti forzati.

E’ per questo che abbiamo voluto creare, con i Laboratori di Epistemologia Operativa, delle occasioni concrete dove sia possibile sperimentare direttamente le strategie del conoscere e promuoverne la piena consapevolezza.